Warning: Illegal string offset 'detectBots' in /nfs/c04/h07/mnt/62785/domains/ideavino.net/html/wp-content/plugins/simple-ads-manager/widget.class.php on line 27

Warning: Illegal string offset 'detectBots' in /nfs/c04/h07/mnt/62785/domains/ideavino.net/html/wp-content/plugins/simple-ads-manager/widget.class.php on line 166

Warning: Illegal string offset 'detectBots' in /nfs/c04/h07/mnt/62785/domains/ideavino.net/html/wp-content/plugins/simple-ads-manager/widget.class.php on line 305

Warning: Illegal string offset 'detectBots' in /nfs/c04/h07/mnt/62785/domains/ideavino.net/html/wp-content/plugins/simple-ads-manager/widget.class.php on line 444
Eroi? Ma quali eroi? Memoria e verità di Thomas Bernhard | Idea Libro

Eroi? Ma quali eroi? Memoria e verità di Thomas Bernhard

di

Thomas Bernhard-memoria-e-verità

Prendiamo un calendario fra le mani: ci accorgeremo che non vi è alcun giorno, fra tutti i 365 registrati, a godere di un attimo di respiro. Santi da celebrare, compleanni da festeggiare, giornate nazionali o internazionali di ogni sorta, morti di personaggi illustri, e così via. Incasellare, quasi avventizzare in tanti piccoli vani di cartoncino la memoria più o meno storica in una serie ordinata di cifre dà forse la – pia – illusione che il ricordo divenga permanenza e non si possa così sfuggire alla sua doverosa e ossequiosa conservazione. “Dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio e l’ignoranza una garanzia di successo”, scriveva Hannah Arendt.  Dinnanzi a questa triste evidenza, quasi a voler coprire la macchia piuttosto che lavarla via, ecco che viene invertita la rotta e si stipano ricorrenze dalla scadenza giornaliera: oggi successe questo nel lontano blablabla, fermiamoci ventiquatt’ore ad urlarlo ai quattro venti, e domani è già un altro giorno.  Eppure ci sono memorie, siano esse collettive o individuali, che non ci stanno a farsi richiudere in una finestrella datata, specie se sotto lo sguardo ammiccante di qualche corpo nudo. Fatti che hanno trovato la loro realizzazione effettiva in un martedì di primavera, ma che hanno lasciato udire la loro eco per decenni a seguire. Che hanno lasciato segni indelebili su migliaia di vite. Che hanno fatto sì che quella data che li ha ospitati si rinnovasse ogni giorno, identica a sé stessa. Che sono diventati memoria allo stato puro, quella opprimente, di piombo, che nessuna spedizione di recupero può rimuovere dagli abissi dell’anima.

Dico tutto questo per due motivi. Il primo lo rammento giusto per non uscire dalla logica dell’agenda: oggi, mentre sto scrivendo, è il 12 marzo. Che non è l’8, e nemmeno le Idi, ma che settantacinque anni fa ha segnato una svolta fondamentale nella scalata all’orrore nazista. Il 12 marzo 1938, dopo essere arrivato a Vienna senza incontrare particolari resistenze, Hitler fa un bagno di folla festante e annette l’Austria al Terzo Reich. Comincia così un’inarrestabile corsa all’antidemocrazia, culminata il mese successivo con un referendum fantoccio nel quale, alla domanda: “Sei d’accordo con la riunificazione dell’Austria con il Reich tedesco avvenuta il 12 marzo 1938 e voti per la lista del nostro Führer Adolf Hitler?”, lo spazio per il “No” sulla scheda elettorale è sostanzialmente negato. Così come è negato il voto è circa 370 mila persone di origine ebraica. Lo scempio ancora non è plateale, ma è da qui che muove i suoi primi passi.

Il secondo motivo è appunto un libro, altrimenti non sarei qui a scriverne e voi a leggerne. Si tratta di una sceneggiatura per il teatro, datata 1988, a esattamente cinquant’anni dalla Anschluss e venticinque dal nostro 2013. Il testo porta il nome della Heldenplatz, la Piazza degli Eroi – suona quasi ironico – dove, nel cuore della capitale mitteleuropea, il Führer raccolse, proprio il 12 marzo 1938, le grida di entusiasmo di un popolo febbrilmente plagiato. A firmarne le pagine, Thomas Bernhard, cima della letteratura tedescofona contemporanea e autore fra i più contestati dalla piccola repubblica austriaca. Heldenplatz fu scritto e rappresentato in un clima nel quale la tensione poteva tagliarsi con il coltello: il testo, infatti, conteneva attacchi diretti allo stato e ai suoi principali esponenti politici, alla città di Vienna e alla grettezza dei suoi abitanti, alla banalità e all’asservimento della stampa nazionale. Nessuno dei vertici della buona borghesia venne risparmiato. La messa in scena dell’opera fu un vero e proprio scandalo, anticipato dai giornali e osteggiato dall’amministrazione della capitale: il Burgtheater, che accolse la prima, fu addirittura circondato da un cordone di polizia. Dal loggione piovvero striscioni e cori, gli astanti rimasero in fermento per tutta la serata, e alla fine, una standing-ovation lunga quasi mezz’ora salutò Bernhard alla sua uscita dalle quinte. Un successo.

La motivazione di questo risultato è assai semplice: Heldenplatz è una sceneggiatura di pura verità e memoria, quel ricordare di cui sopra, silenzioso ma carico di tempesta. Di eclatante, al suo interno, non sono particolari intrecci di azione o colpi di scena inattesi; forse si potrebbe addirittura dire che non succede quasi nulla. La prima scena si apre quando l’evento che costituirà il perno della narrazione si è già verificato: il Prof. Schuster, docente dell’Università di Vienna e di origini ebraiche, si è suicidato. Sarà il grande protagonista del testo, ma anche il suo grande assente. Le domestiche della sua abitazione, intente a stirare le camice del professore come se si trattasse di un’eredità preziosa, non possono che fissare impotenti la finestra dalla quale il suicida si è gettato il giorno precedente, lasciando che il suo corpo si maciullasse proprio sul suolo della Heldenplatz, sulla quale si affacciava il suo appartamento. L’enorme piazza dell’Hofburg accoglie i resti di un uomo disperato ignorandone di esserne stata la maledizione per una vita intera, e di conseguenza, anche la causa ultima del gesto estremo. A distanza di mezzo secolo, infatti, dopo un esilio forzato in Inghilterra e un ritorno in Austria che ha il sapore di una rassegnata seconda chance, Schuster e la sua famiglia si trovano a sguazzare, impaludati, in una società che sembra non essere cambiata: i nazisti, infatti, aleggiano ancora fra i grandi palazzi monumentali di Vienna, come se il Reich non fosse mai stato smembrato e una tacita persecuzione ebraica stesse ugualmente mietendo le sue vittime.

Questa violenta verità verrà sviscerata di battuta in battuta dalle voci delle domestiche di casa, delle figlie del professore e soprattutto dal fratello: la famiglia intera, riunita per dare l’ultimo saluto al proprio caro, ne traccia un ritratto che non è mai eroico e mai aspira a un lirismo patetico, tipico del compianto; Schuster è un uomo qualsiasi finito tra gli ingranaggi di un sistema sociale ottuso e immobile al quale non ha saputo sopravvivere. Forse non ne è neppure la vittima: vittime sono i rimasti, in grado di feroci attacchi alla politica, alla borghesia, alla ritualità un po’ nazista dei grandi appuntamenti viennesi, ai giornalisti che mascherano la realtà, ma fondamentalmente incapaci di scollarsene o di apportarvi dei cambiamenti. La passivizzazione a cui un mondo degradato ma potente ha condotto si riversa soprattutto sulla moglie del suicida, la quale ancora sente risuonare nelle sue orecchie le grida festanti della folla che acclamava Hilter sotto le sue finestre cinquant’anni prima. Non riesce a liberarsene: si chiuderà proprio così il testo, con le urla che si faranno sempre più impetuose nella testa della donna, ora però udibili anche da chi legge (e immagina) e chi in teatro sente e guarda. Solo la fuga, la non-risoluzione, potrà forse dare pace all’udito stanco. Un segnale acustico che si fa vessillo del messaggio di contestazione bernhardiano: cala il sipario (o si chiude la copertina), ma l’ipocrisia di una società statica e la brutalità di un’umanità sorda e senza coraggio rimangono al loro posto.

Punto fermo nella girandola di falsità e frustrazioni rimane la parola, l’unico strumento assertore di verità e su cui lo scrittore carica la sua poco convinta speranza di rinnovamento. Al nostro verbo affidiamo la potenza delle nostre azioni, o addirittura, è grazie ad esso che le creiamo. La parola è il mattone che costruisce il tempio della memoria, e solo per suo merito che arriviamo a scrivere a penna una commemorazione giornaliera sul calendario. Può essere la nostra distruzione ma anche la nostra salvezza. Schuster sacrifica la sua esistenza, nella finzione teatrale, per permetterci di cogliere questo messaggio nel suo ultimo grido liberatorio.

Commenta l'articolo