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Simone de Beauvoir: Il secondo sesso (a pari merito) | Idea Libro

Il secondo sesso (a pari merito) di Simone de Beauvoir

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Simone de Beauvoir-Il secondo sesso

L’aura che in questo nuovo millennio di quote rosa e pari opportunità circonda la parola “femminismo” non sembra essere, per l’appunto, delle più auree. Nell’immaginario collettivo predominante, la femminista è stata – ed è forse ancora – una misandrica incazzata, possibilmente brutta e baffuta, che indossa antiestetici zoccoli di legno e si diverte ad esibire impudici triangoli congiungendo pollici e indici. E poco importa che, nel 2012, movimenti del calibro di Femen in Ucraina o gruppi come le russe Pussyriot stiano dimostrando l’esatto contrario (unico parallelismo con lo stereotipo rimane l’essere incazzate – e aggiungerei giustamente). Che ci si dipinga i seni di giallo e blu, o che si ripeschino ingiallite foto di cortei anni ’70, una cosa è certa: attorno al femminismo, alla sua storia, alla sua evoluzione e soprattutto alla sua filosofia – essendo stato non solo un movimento di piazza ma un pensiero ben strutturato – si è costruita una cortina di ignoranza abbastanza generalizzata.

E qui intendo ignoranza nella sua accezione puramente etimologica, cioè come condizione dell’ignarus, colui che non sa.  Di femminismo, negli anni della formazione scolastica, ci è giunto alle orecchie poco o nulla: informazioni frammezzate dai sospiri nostalgici della professoressa di filosofia, brandelli di striscioni che mamma ha conservato nello scantinato, qualche sporadico tuffo nel passato propostoci da testate o canali televisivi che non si fila nessuno. Insomma, su quest’argomento è molto probabile che non ci sia stata data alcuna formazione sistematica, tanto da essere rimasto a margine nel marasma della nostra Bildung, come un che di poco definito, ma anche – ahimè – di poco serio e forse un po’ ridicolo.

Questo è successo anche a me: qualche notiziola qua e là, liberazione sessuale, battaglie per il divorzio, cortei, eccetera. Più una leggenda dai mille stereotipi che uno dei veri ismi novecenteschi sporco di polvere e dalla voce rauca per i troppi slogan urlati. Tuttavia, specialmente in questi ultimi anni di scandali sessuali a corte e utilizzo di bei sederoni torniti persino nelle réclame dei barattoli di vernice, ho cominciato a farmi due domande sulla questione di genere. Siamo forse cadute dalla padella alla brace? Liberate dalla gabbia dei moralismi e dei vincoli di una società superata siamo finite nelle spire dell’estetica mercificata senza poter nemmeno tirare un attimo il fiato? Perché vedo ancora le donne schiave dell’utilitarismo? Cos’è successo in questi ultimi quarant’anni?

Per caso, poi, fra i mille libri che mia sorella chiede a prestito in biblioteca – e restituisce con debito ritardo – trovo Memorie di una ragazza per bene, di una certa Simone de Beauvoir; ahimè la ricordavo – mea culpa – solo come la compagna di Sartre. Dopo una fase di attonimento che mi ha accompagnata nelle prime cinquanta pagine, ho bruciato questo iniziale capitolo di biografia in pochissimi giorni, sigillandone la fine con una lacrima. Nel corso di questa lettura ho sentito una tale comunanza e vicinanza di pensiero con l’autrice da essermi chiesta: ma come faceva questa donna incredibile a pensare quello che penso io ora, ad avere tanto rispetto e dignità per sé e la sua crescita come donna, il tutto più di mezzo secolo addietro? Il colpo di fulmine ha generato la caccia a tutti i suoi libri, a documenti sulla sua vita, a commenti e recensioni, a fotografie, il tutto custodito poi come un’amante gelosa. Ed ecco che mi sono imbattuta ne Il secondo sesso (titolo originale: Le Deuxième Sexe, Edition Gallimard, Paris, 1949).

Ho creduto fosse magnifico che la persona ormai da me eletta a modello avesse scritto un trattato di più di 700 pagine sulla questione del sesso femminile, argomento che cominciava a a suscitare  in me tanti interrogativi. Mi ci sono dunque buttata a pesce. Devo ammetterlo, non è stato facile: il testo è molto complesso, richiede un background culturale che purtroppo non avevo – ad esempio, il capitolo II della sezione Miti confronta e critica la figura femminile dipinta da autori come Montherlant e Breton, di cui conoscevo a malapena il nome – stimola una riflessione talmente profonda che si è costretti a fermarsi ogni poche righe per acciuffare a pieno il concetto. Di certo non è il classico best-seller da serata poco impegnativa, né il libro che si divora e termina in qualche giorno, ma prendendosi il dovuto tempo (le pagine vanno assaporate, sfatiamo il mito del prêt-à-lire) i risultati derivanti da una lettura attenta sono sorprendenti. “Il soggetto è irritante”, scrive De Beauvoir nell’introduzione, ben consapevole del polverone che avrebbe sollevato nella Francia degli ultimi anni ’40, paese che stava costruendo la sua rinascita post-bellica proprio su una politica di sostegno alla famiglia e alla maternità senza precedenti. Arriva insomma al momento giusto Simone, che con una ricchezza di materiale e fonti citate che ha quasi dell’assurdo, demolisce senz’appello tutta questa bella mitologia della maternità. Il capitolo intitolato per l’appunto La madre inizia con quindici pagine in difesa della libertà d’aborto, nega l’esistenza stessa dell’istinto materno e si conclude svalutando la funzione materna, che definisce alienante per le donne. Anche i capitoli dedicati all’Iniziazione sessuale e a La lesbica accendono i campanelli d’allarme della società puritana del tempo, per la quale era assolutamente impensabile parlare così schiettamente di educazione sessuale e tanto più di relazioni omosessuali – specialmente femminili.  Deve aver lasciato l’amaro in bocca anche il gruzzolo di pagine sul sacro vincolo de Il matrimonio: qui è l’istituzione ad essere presa di mira, identificata come legame ormai vuoto e adito solo a legittimare ancora una volta la supremazia del maschio sulla propria compagna. E’ necessario dire, però, che nelle sapienti parole di De Beauvoir non si legge alcuna traccia di misandria: l’attacco non è rivolto all’uomo in sé, al maschio come ontologia, non c’è nessuna battaglia di genere come si potrebbe ingenuamente credere. Ciò che si vuole demolire sono le catene che secoli di patriarcato hanno imposto a quello che è diventato il sesso debole, quel sesso che ha sempre dovuto subire e di conseguenza accumulare rabbia e frustrazione. Né tantomeno si fa delle donne figure angeliche prive di macchia e colpa: quest’operazione – e mistificazione – l’autrice la lascia agli scrittori romantici dell’800, che idealizzando biondi angeli del focolare hanno cercato una scappatoia socialmente accettabile per lavarsi le mani dai soprusi che parallelamente avvenivano fra le mura domestiche. La conquista della donna moderna deve essere innanzitutto rivendicare la propria natura di soggetto, di entità permanente e non trascendente, che non è vittima né carnefice, ma si muove nell’hic et nunc con la stessa legittimità dei colleghi uomini. La situazione storica, “che ha fatto di lei un inessenziale”, le ha di fatto impedito di realizzarsi come “essere umano”. Da qui l’appartenenza a un genere che di fatto è secondo a quello maschile: subordinata a quest’ultimo, costretta a concretizzarsi nel reale sono in qualità di madre, figlia, sposa, concubina e mai di per sì stessa, il sesso femminile perde completamente la sua identità. Le riflessioni abbondano anche sul piano biologico, con grandissima perizia scientifica: nel primo capitolo su I dati della biologia, De Beauvoir pone l’attenzione sull’assoluta assenza di discriminazione anatomica e fisiologica fra il corpo maschile e quello femminile, ponendo quindi la questione su un piano unicamente culturale; le società patriarcali hanno reso le nostre naturali e non connotate differenze fisiche l’elemento su cui giocare la segregazione delle donne.

Quali strategie propone l’autrice per portare a compimento un processo di liberazione che già allora stava cominciando a muovere i primi passi –  l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro dopo la rivoluzione industriale, le “suffragette”, le prime aperture al voto? Questo preferirei lasciarlo scoprire a chi vorrà avvicinarsi a questo incomparabile trattato. Di certo alcune delle posizioni espresse ne Il secondo sesso possono ora considerarsi superate: dagli anni ’40 ad oggi, fortunatamente, l’emancipazione femminile ha compiuto un percorso irreversibile e che ha portato incredibili benefici e una – almeno supposta – parità con l’uomo. Tuttavia, la forza di veridicità delle sue parole rende questo libro uno dei fondamenti del progresso che l’ha seguito, e risulta ancora estremamente illuminante, sia per le donne che hanno voglia di interrogarsi su sé stesse, sia per quegli uomini che hanno il desiderio di conoscerci un po’ di più. “Non si trasforma la propria vita senza trasformare sé stessi”, disse Simone.

Buona lettura.

 

1 commento

  1. Vittoria scrive:

    “Il secondo sesso” dovrebbero essere letto da tutte le donne: sia da quelle che credono nella parità dei sessi, che ancora non è stata raggiunta (anche se può sembrare non sia così), sia da quelle che al contrario sono fiere della loro figura di Femmine. Va letto anche dagli uomini e non per fare inutile polemica, bensì solo per aprire gli occhi e considerare la società in una prospettiva non più patriarcale. Inutile commentare oltre, quando Claudia ha scritto una recensione oltremodo appassionata. Mi preparo ad una lettura di spessore

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